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UN SOGNO IN PRESTITO / Centro Storico

Centro storico tra topi con la rogna e cinghiali, il degrado avanza e il sogno capitale della cultura svanisce

Segnalazioni su segnalazioni raccontano scene non all'altezza di una città che ambisce a diventare "come Matera". E infatti sul bando per la comunicazione il Comune si è incagliato

In centro storico c’è qualcosa che non va. Non che sia una novità di questi mesi, semmai assistiamo solo alla costante evoluzione - o regressione, a seconda dei punti di vista - di un fenomeno distruttivo cominciato diversi anni fa. Un processo che pare inarrestabile, nonostante i proclami e le pur buone intenzioni. E così, mentre i cinghiali sono ormai entrati dentro le mura e San Pellegrino è popolata da topi infetti dalla rogna, il sogno di vedere Viterbo capitale europea della cultura svanisce giorno dopo giorno. Tanto che pure il Comune pare aver tirato i remi in barca.

Già, perché le immagini di allegre famigliole di cinghiali che si aggirano per piazza della Rocca e piazzale Gramsci hanno fatto il giro dei social. E, ad accompagnarle, ci sono quelle di un paio di ratti affetti da rogna che si aggirano nei dintorni di via Grotti, a pochi passi dal cuore medievale della città, San Pellegrino, che avrebbe dovuto essere il caposaldo attorno al quale costruire la candidatura della città a “nuova Matera”. Frontini e i suoi assessori erano pure andati in Basilicata per prendere lezioni e tentare di replicare il modello che ha portato il capoluogo lucano ad essere per diversi mesi il centro culturale del Vecchio continente. Ma è come se qualcosa abbia rallentato quello che sembrava un percorso che l’amministrazione intendeva perseguire con ogni mezzo. Prima le note vicende politiche e successivamente quelle giudiziarie, che hanno spinto i frontiniani ad asserragliarsi a palazzo dei Priori. Poi lo scoppio dell’emergenza bomba e il grande ritorno, ormai immancabile, dell’emergenza cinghiali. E così, tra una crisi e l’altra, alla fine il sogno è stato chiuso in un cassetto, dando ragione a chi sosteneva (all’interno della maggioranza, peraltro) che Viterbo non avesse il bisogno di fare voli pindarici ma di veder risolti i problemi atavici che l’attanagliano da moltissimo tempo. 

Emblematico, in questo senso, il fatto che il Comune non abbia più dato seguito al bando con il quale l’ente si sarebbe dovuto avvalere delle prestazioni di un guru della comunicazione. Una figura chiave che avrebbe dovuto letteralmente costruire l’immagine della Viterbo che ambiva alla candidatura - e dunque alla vittoria - per la capitale europea della cultura 2033. Dell’avviso, che avrebbe dovuto ammontare attorno i 500mila euro, non si sa più nulla. Tutto congelato in attesa di un segnale che non è dato sapere se e quando arriverà. E nel frattempo anche quello che a detta dei frontiniani sarebbe dovuto essere il vero sponsor della candidatura, ossia Vittorio Sgarbi, si è clamorosamente defilato, autosospendendosi dall’incarico di assessore alla Bellezza. Del resto, come canta Liam Gallagher, forse è vero che il sogno è solo in prestito e poi un domani va restituito.

Per il momento, quel che resta è sicuramente l’immagine di un centro storico in balia del degrado. Cinghiali e topi con la rogna a tediare l’esistenza dei residenti, a sfiancare quei pochi che resistono stoicamente nonostante le difficoltà. La clessidra scorre inesorabile e tra poco l’amministrazione Frontini festeggerà il suo secondo anno di governo. Ci accingiamo dunque a varcare la soglia della metà di mandato, momento nel quale la prima cittadina sarà chiamata a fare riflessioni che sembrano impossibili da evitare. Mentre dai corridoi di palazzo qualcuno, timidamente e senza impegno, veicola voci di possibili investimenti milionari per il centro, le cronache raccontano scene indubbiamente non all’altezza di una Viterbo che vorrebbe seguire le orme di Matera. Di sicuro, quella di oggi non è la Viterbo che Frontini immaginava due anni fa. E se adesso il progetto Viterbo2020 sembra essere al canto del cigno, la sua fondatrice si vede costretta a dover valutare anche strade impopolari come quella del rimpasto di metà mandato. Un tagliando doloroso ma forse necessario.

Quel che non trova spiegazione, nemmeno secondo i consiglieri comunali di maggioranza, è l’esitazione con cui Frontini ha approcciato problemi come, appunto, quello dei cinghiali. Irrituale rispetto alla figura che lei stessa si è creata nel corso del tempo, quella di una donna con una soluzione per ogni problema. Il piano di abbattimenti ha floppato clamorosamente, mentre i palliativi (i famosi mastelli “rinforzati”) si sono rivelati pressoché inconsistenti. Ci si aspettava, anche in sala d’Ercole, un metodo molto più deciso. E invece nessuna contromisura degna di nota, con gli effetti che oggi tutti vediamo. E i social, che notoriamente non perdonano nulla, hanno già emesso le primissime sentenze, costruendo l’immagine di una Viterbo quasi fantozziana, intrappolata in una situazione grottesca e inedita, con interi branchi di ungulati liberi di scorrazzare indisturbati di fronte al museo nazionale della Rocca Albornoz e di pasteggiare sotto una fontana cinquecentesca progettata dal Vignola. L’icona di una città ferita nell’orgoglio e nell’identità, incapace di reagire. E se è impensabile che la giunta non abbia neanche un sussulto, il classico scatto d’orgoglio, almeno i residenti del centro - i pochi rimasti - auspicano un intervento che, ad oggi, appare ancora lontano.

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