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Venerdì, 19 Aprile 2024
Attualità

Avvento, il monito del vescovo: "È tempo di ritrovare la dignità della vita cristiana"

La lettera di Avvento del vescovo Orazio Francesco Piazza alla comunità

Carissimi fratelli e sorelle, amati da Dio, nell’assemblea diocesana di apertura del cammino pastorale è parsa a tutti improrogabile la scelta di ricentrare lo sguardo su Cristo, con vera attenzione e disponibilità, per riconsiderare il senso della sua presenza nella nostra vita personale ed ecclesiale: il valore di questo sguardo è mirato a generare uno stile di vita coerente al vangelo e capace di rivitalizzare la trama della vita quotidiana con una testimonianza capace di modificare mentalità e comportamenti.

A questa considerazione è necessario far seguire scelte concrete, anche faticose. Questo tempo di avvento è propizio per un attento esame della nostra vita, spesso avvolta da numerose zone d’ombra. Questo tempo di grazia, come molti momenti celebrativi e sacramentali, è spesso vissuto in modo inadeguato, dimenticando il perché e il come si deve vivere il prepararsi all’incontro. Non a caso molte celebrazioni mancano di respiro fraterno e della concretezza della vita. I sacramenti, per quanto legati a contesti di fede, di fatto ne hanno smarrito il senso autentico e si sperimenta una loro mancata continuità come impegno cristiano nelle comunità. Anche le esperienze decisive per la vita di fede, come il Natale e la Pasqua, sono impregnate di modelli consumistici, rese insignificanti, soprattutto se vissute come tradizionali abitudini con qualche sprazzo di interiorità. La stessa Eucarestia domenicale, linfa vitale che trasforma il cuore donando qualità e significato alle vicende quotidiane, è sovente celebrata senza vera partecipazione, in modo esangue, priva di sincero entusiasmo per una vita nuova. Sperimentiamo tutti che la nostra vicenda quotidiana non entra in dialogo con la fede, mentre proprio la vita dovrebbe essere l’altare su cui si realizza il mistero di grazia della salvezza. Di fatti, senza troppe resistenze, come spettatori disattenti e svogliati, assistiamo al progressivo svuotamento del valore e della originaria motivazione di una fede che attende di essere realmente proclamata e incarnata. L’uomo e il mondo ne hanno bisogno. Noi ne abbiamo bisogno! Questo distacco tra fede e vita si ripercuote nel tessuto ecclesiale e più che trasformare la realtà, bisognosa di profezia e di autenticità, vediamo trasformarsi il cuore dei credenti segnati da logiche ben lontane dal Vangelo.

È necessario svegliarsi dal torpore! L’Avvento, che avvia il cammino personale ed ecclesiale, segnato dai vari incontri con Cristo per condividere il suo modello di vita, è appello a risvegliare la coscienza credente: chi attendiamo veramente? Il Signore Gesù è realmente desiderato, incontrato e accolto? L’Eucarestia, donata a noi e per noi, è feconda di speranza per le tante questioni del nostro vivere? La sua parola guida realmente il nostro cammino? Mentre si afferma di desiderarne la presenza, in realtà si inseguono aspettative spesso trasformate in pretese, anche rispetto a Dio. È tempo di fare scelte per ritrovare la dignità della vita cristiana. Leone Magno, nei “Discorsi” (Disc. 1, 1-3) sveglia le nostre coscienze: “Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricordati chi è il tuo capo e di quale corpo sei membro. Ricordati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del regno di Dio. Con il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo! Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole”.

Per questo l’avvento è tempo opportuno e impegnativo per ritrovare il senso della vita segnata dalla fede in Cristo: evitare di fare il male, praticare il bene, ricercare la giustizia. Questo tempo esige una coscienza vigile, capace di discernere l’autentico senso di questa attesa, da desiderare, valorizzare e rendere riconoscibile in uno stile di vita ben diverso dai tanti che segnano il quotidiano. La liturgia di questo inizio di Avvento è fin troppo esplicita: siamo invitati a svegliarci dal torpore ed essere vigili (Cf Mc 13,3). Ci è chiesto di svegliarci dal torpore delle abitudini senza anima. Se la coscienza è vigile, il cuore e la mente sono pronti all’impegno per rendere efficace la nostra professione di fede: quello che la voce proclama deve realmente abitare il cuore e concretamente segnare la vita. Colui che attendiamo e verso cui si protende il cammino, si manifesta, infatti, nelle situazioni più comuni e ordinarie della nostra esistenza, soprattutto le più complesse e difficili. E lì, nel nostro lavoro quotidiano, in un incontro casuale, nel volto di una persona che ha bisogno, nelle urgenze di tanti fratelli, proprio lì il Signore ci chiama, ci parla e ispira le nostre azioni (Papa Francesco). Il profeta Isaia annuncia che il Signore “va incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle sue vie, senza essere avvizziti come foglie, portate via come il vento”. E insiste: “cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia”, non secondo personali pretese, ma secondo la Sua volontà. Per questo, comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo alla confusione, senza litigi e gelosie. Rivestiamoci invece del signore Gesù Cristo senza lasciarsi prendere da desideri illusori (Cf Rm 13, 11-14).

Cari fratelli e sorelle, abbiamo questo tempo favorevole per portare nel cuore il Signore Gesù, per prepararci a farlo nascere nella quotidiana vicenda del nostro cammino; disponiamoci sinceramente ad accoglierlo con intenso e vero desiderio: Lui sarà presente in noi, e nella nostra vita, nella misura in cui realmente lo desideriamo (Crisostomo) e la nostra volontà, che rende concreti i desideri, sarà spinta dalla gioia che Lui genera in noi (Agostino). Per accoglierlo dobbiamo fare spazio dentro di noi, liberarci da pensieri e situazioni che intasano mente e cuore, snaturando non solo noi stessi, ma offrendo una visione limitata della vita. Il Signore chiede di liberarci dai sentimenti oscuri che inaspriscono il cuore, dai tanti pensieri che conducono a guardare in modo sfiduciato i fratelli, generando un clima invivibile nelle nostre relazioni, rinunciando a quanto rende veramente felici: la gioia della presenza delle persone; la bellezza di una comunità ecclesiale che sa vivere le relazioni tra persone e tra comunità parrocchiali. All’opposto, la vita produrrà un progressivo isolamento; prigionieri di noi stessi, senza soddisfazione ed entusiasmo; chiusi in un piccolo mondo che non riesce a sapersi collegare con la trama ecclesiale e sociale. Possiamo tutti verificare la condizione di tante comunità, spesso animate da contrasti e distanze fino a negare relazioni e amicizie, ponendo così un serio ostacolo all’unica vocazione a cui tutti e ciascuno dovremmo rispondere: la comunione fraterna! Come papa Francesco sottolinea nella Fratelli Tutti, molte comunità non sono accoglienti; in esse non si respira una vera amicizia, non si sperimenta il sostegno e la condivisione; sono chiuse in sé stesse e non desiderano incontrarsi, condividere e camminare insieme con le altre.

L’essere chiesa di Cristo è soprattutto convenire, condividere, fare dei tratti di strada insieme. Spesso ci si impegna a trovare mille giustificazioni per evitare contatti e relazioni, ma non si impegnano energie per sostenere l’unica motivazione che è quella richiesta da Gesù stesso e dalla sua parola! In realtà, ognuno deve guardare a sé stesso e al proprio stile di vita e nessuno, secondo la propria condizione, può rinunciare a dare vera e convinta risposta a questa vocazione: siamo tutti chiamati ad essere in comunione tra noi, come il Cristo lo è con il padre e lo spirito! Se è così evidente che proprio nelle nostre comunità, negli organismi di partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa, non sono presenti la carità, la comprensione, la disponibilità alla pazienza e alla misericordia, dobbiamo riconoscere che il nostro annuncio dell’amore di Cristo non è credibile, perché non è radicato nel sincero desiderio di comunicare e condividere il Suo amore capace di trasformare la nostra e l’altrui vita. Relegando la fede in un angolo anonimo del cuore, attivato solo in qualche momento di preghiera o azione liturgica, più o meno consapevole, lasciamo consolidarsi in noi stili di vita che cristiani non sono, fino ad inquinare famiglia, società e comunità ecclesiale. L’effetto è quello in cui ci troviamo ad accogliere mentalità che dovremmo cambiare: più che cambiare il mondo, nel suo stile egoistico e autoreferenziale, permettiamo che queste mentalità di isolamento cambino il tessuto ecclesiale. Non appartiene allo stile di Cristo un cuore orientato ad alimentare tensioni più che a limitarle, a creare un clima di distanza o di avversione. Quando il Signore chiama al servizio della comunità, nella varietà dei ministeri, è per edificare il suo corpo, che è la chiesa, perché tutti possano arrivare “alla unità della fede e della conoscenza del figlio di Dio” (Ef 4, 12-13).

Non si può far coincidere nella propria interiorità preghiera al Signore e atteggiamenti che rifiutano collaborazione e condivisione di un cammino unitario che altro non cerca che il favorire il senso ecclesiale comune: l’amore sincero a Cristo e una fede realmente vissuta, si sforzano di diffondere il bene e di trasformare, trasfigurare, i limiti in opportunità di vita nuova. C’è, purtroppo, già tanto male diffuso che inquina le nostre vite! Una comunità dovrebbe essere il luogo, lo spazio di vera fraternità, dove lo stile dell’accoglienza, del sostegno, della comprensione può generare la forza che alimenta la speranza di affrontare la complessità della vita insieme agli altri: non può esserci fede autentica se in nome della propria visione delle realtà ecclesiali non si cercano momenti di condivisione e di collaborazione per qualificare la stessa vita cristiana.

Fratelli e Sorelle, “chi ha come amico Cristo e lo segue, può sicuramente sopportare ogni cosa. Gesù infatti aiuta e dà forza, non viene mai meno e ama sinceramente. Beato colui che lo ama per davvero e lo ha sempre con sé; ricordiamoci dell’amore che lo ha spinto, della tenerezza con cui ci segue: amore infatti domanda amore. Sforziamoci di considerare questa verità e di eccitarci ad amare…con questo amore nel cuore, tutto ci diverrebbe più facile e faremmo molto, in breve e senza fatica” (Teresa d’Avila, Opere). Ogni mattina di questo Avvento dobbiamo lasciarlo abitare il cuore e portarlo nella vita: dovremmo misurare, pensieri, parole, azioni con l’Amore, con il modo con cui Lui ci ha amati e perdonati; dovremmo misurare con questo amore, fatto di amorevole pazienza, i rapporti in famiglia, nelle amicizie, nella realtà sociale e del lavoro, tra le comunità ecclesiali. Ricordiamo: “Devono abbondare in voi profondi sentimenti di misericordia, perché il giudizio sarà senza misericordia per colui che non l’avrà usata verso gli altri” (Agostino, Lettera 142).

È tempo di chiederci qual è realmente la radice del nostro amore del prossimo! Solo se la radice è Cristo possiamo trovare motivazioni e decisioni che, malgrado tutto, ci spingono alla misericordia, alla benevolenza, alla compassione, alla condivisione dei bisogni. Non sono simpatia o antipatia, ceto o condizione sociale, interesse o desiderio di affermare esclusivamente la propria identità, a costruire una comunità, ma solo il Suo amore che perdona, lo spirito che alimenta il corpo ecclesiale. Solo l’amore sincero, reso carità attraverso la volontà che si impegna a rispondere in gesti concreti, gareggiando per essere primi nell’amore, costruisce e rende coesa la chiesa, la nostra chiesa locale. Siamo tutti chiamati, “vivendo secondo la verità nella carità”, a crescere “in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare sé stesso nella carità” (Ef 4, 15-16). In tal modo scopriremo la vera identità che caratterizza la nostra dignità di cristiani: il sentirsi persone tutte vincolate all’unico corpo mistico di Cristo, che è la chiesa, senza distinzioni e distanze.

Fratelli e sorelle, coraggio! Ascoltiamo la voce di Cristo e non quelle voci che, in vario modo e con motivazioni autoreferenziali, ci portano a non amarlo nei fatti. Sentiamo il richiamo della Sua Parola e misuriamoci con il Suo amore! La dignità di potergli stare vicino, di appartenergli, si misura nella capacità di essere vicini ai tanti fratelli e di volersi impegnare, in ogni modo e con sacrificio, per il bene della comunione fraterna. Immaginiamo come potrebbero essere le nostre famiglie, lacComunità e la società civile, se ogni cristiano, nella sua specifica condizione e con sincerità di cuore, si impegnasse a dare il meglio di sé nel generare uno stile di vita radicato nella fraternità e nella comunione con gli altri. Guardandosi attorno, si potrà forse dire che questo è un sogno! Si è un sogno: ma, questo è il sogno del Dio-trino che ha inviato il figlio, Gesù il Cristo, appunto per realizzarlo per noi e con noi. È il sogno di Dio che noi riconosciamo come vero nel suo Avvento tra noi. La disponibilità a vivere esperienze di comunione è il segno della nostra reale corrispondenza nel testimoniare il vangelo.

Con le parole stesse della liturgia invochiamo il Signore: “Ridesta la volontà dei tuoi fedeli, perché, collaborando con impegno alla tua opera di salvezza, ottengano in misura sempre più abbondante i doni della tua misericordia”. In questo Avvento, il Signore Gesù dia luce al cuore per amarlo e il suo Spirito disponga le nostre comunità alla sua presenza di grazia. La dolce madre, Maria, ci sostenga in questo cammino responsabile e faticoso e con il Suo amore alimenti il comune impegno nella vita.

Orazio Francesco Piazza
Vostro padre nella fede

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