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Venerdì, 24 Maggio 2024
UNA STORIA DIMENTICATA / Centro Storico / Via Faul

Come sarebbe oggi valle Faul se Tangentopoli non fosse mai esistita | FOTO

Come la più famosa inchiesta giudiziaria italiana ha impedito la realizzazione di un'opera fondamentale per la città, con una classe politica terrorizzata dagli avvisi di garanzia

9 dicembre 1987, in radio passano, una dopo l’altra, pietre miliari della musica come “Livin’ on a prayer”, “(I just) died in your arms” e “With or without you”. L’Urss di Gorbaciov e l’America di Reagan trattano per la fine della guerra fredda, mentre a Gaza e in Cisgiordania si vedono i primi segni dell’Intifada. Nel gelido inverno viterbese, per le strade si vedono auto mitologiche come la Fiat  Duna, la Ritmo, la Regata o la Croma. I più facoltosi, i piazzacrispini, si muovono in Wrangler. Quel giorno di 36 anni fa, a Palazzo dei Priori il Consiglio comunale ha approvato il piano particolareggiato del centro storico (per i profani dell’urbanistica, strumento di pianificazione territoriale). A votarlo è stata la maggioranza del Pentapartito (Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Psdi, Repubblicani e Liberali) che governa la città dai primissimi ‘80. Il documento è stato voluto con forza dal sindaco, che si chiama Francesco Pio Marcoccia. All’epoca è un giovane architetto, eletto in quota democristiana, ma della sua figura è bene parlarne dopo. Il fulcro è che lui ha un’ambizione su tutte: lasciare la sua impronta sulla città. Per questo, oltre al piano particolareggiato, c’è anche un altro progetto, ben più grande e maestoso: quello edilizio per la sistemazione di Valle Faul.

L’area in questione, infatti, quarant’anni fa non era affatto quella odierna. Valle Faul, nel 1987, non è altro che una zona rurale all’interno delle mura, incastrata tra il Sacrario e il Duomo. Non è né un parco pubblico né una riserva naturale, men che meno un posto edificato. Insomma, non è né carne né pesce. Ecco perché Marcoccia intende riqualificarla. In realtà c’è qualcosa ad accomunare la Valle Faul del passato a quella presente: le auto, tantissime, ferme perennemente in sosta proprio dove, nel presente, esiste il parcheggio. E al giovane sindaco, quella distesa di auto non piace per niente. Non gli piace nemmeno vedere le strade del centro intasate dai veicoli, tanto che sarà lui il primo pioniere della chiusura totale delle mura al traffico. Una sorta di Ztl ante litteram che, oggi come allora, trova l’ostracismo stoico dei commercianti, i quali ingaggiarono un clamoroso braccio di ferro che porterà, alla fine, alla marcia indietro del Comune sul piano Quaglia (dal nome dell’ingegnere che lo aveva redatto), che prevedeva lo stop alla circolazione dalle 7 alle 10:30 e dalle 15 alle 18. Quanto a viabilità, sono quelli gli anni caldi per la città: sempre durante l’amministrazione Marcoccia, il Comune approverà nel marzo ’88 lo studio di fattibilità per la realizzazione del semianello, la Tangenziale Ovest

CHI È FRANCESCO PIO MARCOCCIA

Progetto Alosa per Valle Faul 2-2

Nato a Perugia il 25 agosto 1946, Francesco Pio Marcoccia ha conseguito la laurea in architettura a Roma e, nel 1971, si è trasferito a Viterbo, dove ha cominciato ad esercitare la professione di architetto e urbanista. Lavora subito ai piani regolatori di Marta, Vitorchiano, Arlena di Castro, Valentano e Canino. Tre anni più tardi, nel ’74, l’allora sindaco Rodolfo Gigliscomparso pochi giorni fa – lo incarica di stilare il piano particolareggiato del centro storico, il primo della storia. Il suo compito è quello di focalizzarsi su Valle Faul e lui non ha dubbi: quel posto deve diventare un parco pubblico, perché la città ne ha bisogno. E infatti, la Valle Faul del 2023 è esattamente come lui l’aveva inquadrata, con il solo problema del persistere delle macchine parcheggiate. Il piano riscuote il plauso della cittadinanza e del Comune, così, nel 1975, comincia la scalata politica. La DC gli propose di candidarsi da indipendente nelle liste di partito e, alle amministrative, ottiene molti voti grazie alla campagna elettorale di suo suocero. Quanti bastano per diventare subito assessore alla Cultura e alla Pubblica istruzione ad appena 29 anni. Ancora due elezioni a consigliere comunale nel 1980 e nel 1985, poi, nel 1986, la nomina a sindaco. Da architetto ha realizzato centinaia di progetti, tra cui il complesso residenziale "Edimil" di Bagnaia, quello residenziale e commerciale Edilconsult di viale Diaz, la trasformazione dell'area dell'ex molino Torlonia, l'albergo Eurotel di Fiano, vari alloggi Iacp, numerose ville private anche diversi mobili. Alcuni degli interventi da lui effettuati, in più, riguardavano palazzi storici del centro storico viterbese. Non a caso, è stato presidente dell’ordine provinciale degli architetti dal 1977 (anno della costituzione) al 1987.Si può dire, senza paura di essere smentiti, che alla fine Marcoccia sia riuscito nella sua ambizione di lasciare la sua impronta sulla città.

IL CONCORSO D’IDEE NAZIONALE PER VALLE FAUL

Progetto Alosa per Valle Faul 3-2

Ma torniamo a Valle Faul. La politica viterbese era stuzzicata dall’idea di riqualificarla già nel lontano 1970, quando – il 30 settembre – venne bandito il concorso d’idee nazionale per il progetto. Parteciparono 24 gruppi professionali, di cui 17 ammessi alla fase finale. Gli elaborati vincitori furono quelli presentati dall’architetto Vittorio Leti Messina e dal professor Romano Greco. Sulle indicazioni di questi due, il Consiglio comunale – in quel freddo 9 dicembre ’87 – approvò il progetto edilizio per la sistemazione dell’area, con l’intento di accedere a dei fondi pubblici individuati assieme a dei capitali privati, redatto dalla società romana Alosa (Astaldi-Lodigiani), la quale ottenne anche la concessione per la realizzazione dell’opera. Il gruppo di progettazione, guidato da Maurizio Valenzi, era composto da una serie di tecnici qualificati: Paolo Avarello, Lorenzo Berna, Mario Catalano, Gianfranco Leschiutta e da Vittorio Leti Messina. Parliamo di un’azienda, l’Alosa, ai tempi impegnata in progetti come quelli del «Tunnel dei sette colli» di Roma e del nuovo assetto del centro de L'Aquila. Il primo non vide mai la luce, mentre il terremoto del 2009 ha cancellato ogni traccia del secondo

IL PROGETTO 

Progetto Alosa per Valle Faul 4-2

Il recupero e la ristrutturazione di Valle Faul avrebbero dovuto consentire di restituire la «vivibilità» al complesso artistico e culturale, riportandolo al suo aspetto originario. Nel progetto, Alosa aveva previsto parcheggi, una stazione per autocorriere e strutture di servizio. I parcheggi, in particolare, nell’immaginario degli ingegneri di Alosa, avrebbero dovuto alleggerire – se non eliminare - la pressione del traffico nel centro storico che, già negli anni ’80, era ormai insostenibile. Addirittura, erano state pensate delle grandi “rimesse in parte interrate” (parcheggi multipiano, sic!) in grado di ospitare 1.400 automobili e 10 pullman. L’accesso al centro storico, per gli automobilisti, sarebbe dovuto avvenire attraverso rapidi collegamenti sotterranei automatizzati, mentre, nella parte centrale della valle, doveva sorgere un teatro all'aperto con 1.500 posti al quale doveva fare da sfondo nientemeno che il Palazzo dei Papi. Inoltre, pure le acque dell’Urcionio avrebbero dovuto tornare a scorrere, come nel medioevo. “Liberati dalla presenza delle automobili, i monumenti, le fontane, le strade, le piazze, riacquisteranno il loro vero aspetto, ritroveranno quell'armonia alla quale si ispirarono architetti, scultori, urbanisti dei secoli passati”, si legge in un articolo de Il Tempo datato 24 maggio 1988. L’inizio dei lavori era previsto per la primavera del 1989 (tenere bene a mente questo periodo) in tre distinti stralci, per poi terminare nel 1992. Il tutto alla modica cifra di 114 miliardi di lire. Inutile dire cosa avrebbe significato tutto questo in termini occupazionali. 

IL COLPO DI SCENA 

Francesco Pio Marcoccia nel suo ufficio-2

Tutto bello, bellissimo. Il progetto viene presentato in pompa magna al Teatro Unione, dove fu organizzato un evento dal titolo «il volto di Viterbo che cambia» (déjà-vu?) e i viterbesi furono stregati dal fiume di parole trionfanti pronunciate dai tecnici. Avvengono subito dopo studi ed approfondimenti architettonici, dai quali emerge la perfetta compatibilità dell’opera col terreno. Sembra tutto fatto e pronto a partire ma nella primavera dell’89, proprio quando gli operai avrebbero dovuto cominciare i lavori, accade qualcosa. Qualcosa di grosso. Marcoccia, il 3 marzo, rassegna le proprie dimissioni. Proprio ad un passo dal traguardo che aveva bramato neanche troppo segretamente. Il perché della sua scelta, ancora oggi, è quasi del tutto incomprensibile. Lui ha sempre dichiarato di averlo fatto per stanchezza e per concentrarsi appieno sulla sua attività imprenditoriale, ma le ricostruzioni giornalistiche di 36 anni fa descrivono la sua come una giunta “litigiosa”, “impacciata”, “nervosa” e “tremendamente indecisa”. Il quadro politico, in quegli anni, è infatti molto più complesso di quello attuale e, in un perenne circolo di correnti partitiche, molte pratiche amministrative finivano spesso per arenarsi a causa di bisticci anche sciocchi tra assessori e consiglieri. Secondo il giornalista Pietro Morelli, Marcoccia finì “verso l’abisso” perché non riuscì “a scuotere molte persone veramente «addormentate». Ha dimostrato di avere una discreta grinta, buona preparazione amministrativa ma anche di essere troppo, e spesso, lasciato solo”. Insomma, magari la decisione dell’allora sindaco potrebbe essere stata in qualche modo favorita dall’assoluta indisponenza della sua maggioranza. Anche questo, un film già visto. A tutto ciò si aggiunge anche l’insofferenza di una fetta della classe dirigente viterbese nei confronti di una figura che, oltre ad essere primo cittadino, era anche imprenditore di successo e personalità di spicco nel mondo del lavoro. 

TANGENTOPOLI E LA MAZZATA FINALE AL PROGETTO ALOSA

Marcoccia, quindi, se ne andò per lasciare il posto a Giuseppe Fioroni, ultimo sindaco democristiano di Viterbo. Ma il progetto Alosa rimase in bella vista, approvato e pronto a partire una volta per tutte. E Fioroni aveva anche in mente di avviarlo ma la sua amministrazione, sempre targata Pentapartito, ancora una volta fece da freno anziché da volano. Forse anche per ripicca nei confronti del suo predecessore, nel frattempo eletto con oltre tremila voti in Provincia, in ascesa come imprenditore ed ormai considerato scomodo dall’establishment della Dc. Nell’ennesimo gioco correntizio, alla fine – si dice anche su spinta di Giulio Andreotti in persona – il Comune, nel gennaio del 1992 riprese in mano l’agognata chimera. 1992. Proprio l’anno in cui scoppiò la più enorme delle inchieste giudiziarie che l’Italia abbia mai visto: Tangentopoli. Il pool milanese, guidato da Antonio Di Pietro, aveva messo nel mirino gli appalti pubblici, viziati dalla consuetudine delle mazzette elargite dagli imprenditori ai politici per assicurarsi bandi su bandi. E, infatti, servì poco tempo affinché la ghigliottina giustizialista che in quei mesi infervorava le piazze arrivasse anche a coinvolgere l’Alosa. In un’interrogazione presentata il 25 maggio ’92, il parlamentare comunista Generoso Melilla scrisse: “A L'Aquila si sta realizzando, da parte della società Alosa Spa di Roma, del gruppo Lodigiani-Astaldi, il cui presidente del consiglio di amministrazione è Vincenzo Lodigiani, coinvolto nelle recenti indagini sulle tangenti a Milano, un mega parcheggio nella zona Collemaggio adiacente alla famosa abazia che inizialmente ammontava ad un importo di 43miliardi di lire. Alla suddetta società è stata associata successivamente la società Cav. Iniseo Irti & Figli Spa e l'amministrazione comunale di L'Aquila rilasciò la licenza edilizia senza la preventiva autorizzazione del consiglio provinciale prevista dalla legge n. 18 del 1983. Per l'affidamento dei lavori di realizzazione e gestione del suddetto mega parcheggio non si fece ricorso ad una normale gara di appalto, ma si preferì utilizzare l'istituto della concessione alla società Alosa. La concessionaria non ha provveduto ad affidare l'esecuzione dei lavori attraverso la prevista procedura di pubblico appalto, preferendo ricorrere all'affidamento diretto ad imprese scelte discrezionalmente in palese violazione delle vigenti norme di legge. Nella convenzione stipulata tra l'amministrazione comunale e la società, si fa riferimento sorprendentemente al prezzario generale delle opere edili in Campania con una forte lievitazione della spesa, mentre, invece, per un'analoga opera che l'Alosa avrebbe ottenuto a Viterbo (delibera del consiglio comunale di Viterbo n. 191 del 9 dicembre 1987), per un ammontare di 115 miliardi, il riferimento era al prezzario del Lazio”. Proprio quella delibera approvata nel gelido inverno viterbese. Melilla poi si scatena, soffiando sul fuoco: “La Lodigiani Spa di Milano, con lire 100 milioni ,e l'Astaldi Spa di Roma, con lire 200 milioni, risultano essere per il bilancio 1986 liberi contribuenti della Democrazia Cristiana (come risulta dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana del 27 maggio 1988)”. Lo spettro del favoreggiamento della Dc ad un suo finanziatore era ormai stato lanciato e, nel 1992, bastava soltanto questo a far tremare i polsi dei politici della Prima Repubblica. Per questo, in fretta e furia, il progetto Alosa venne sapientemente occultato nei meandri di Palazzo dei Priori, con assessori e consiglieri letteralmente terrorizzati dalla sola idea di doverne parlare pubblicamente. Qualcuno, successivamente, dirà che il Consiglio era impegnato a pensare ad altre opere come la Trasversale, il completamento di Belcolle, la città termale e addirittura l'aeroporto, ma la realtà era che c'era la paura matta di vedersi recapitare un avviso di garanzia, che valeva a dire essere coinvolti nel ciclone sanguinoso di Tangentopoli ed essere messi alla gogna per sempre, con tanti saluti alle carriere in rampa di lancio e alle aspirazioni di potere. Questo nonostante il progetto, a seguito di controlli del Ministero precedenti a quella delibera dell’87, fosse stato giudicato pienamente regolare e pulito da qualsiasi ombra. 

A sinistra Giulio Andreotti, a destra Francesco Pio Marcoccia-2

In poche parole, Viterbo si risvegliò dal sogno dopo cinque anni e rimase con un pugno di mosche in mano. Del progetto Alosa, che peraltro avrebbe dovuto essere terminato nel 1992 se Marcoccia non si fosse dimesso e la sua maggioranza non gli avesse messo i bastoni tra le ruote, non rimase nulla se non cartine ingiallite e qualche polveroso plastico oggi probabilmente andato perduto. Lo tsunami di Tangentopoli ed una classe politica atterrita dagli avvisi di garanzia fecero sì che Valle Faul restasse com’era allora, ossia pressappoco come si presenta ai nostri occhi oggi. Le sistemazioni effettuate con il piano Plus negli anni 2014-2016 (anche quelle non terminate) non hanno assolutamente tenuto conto delle indicazioni del concorso d’idee nazionale del 1970, rimasto anch’esso lettera morta. 

E MARCOCCIA?

Francesco Pio Marcoccia oggi-2

La domanda che in molti si staranno ponendo è quale sia stato il suo destino. Il nostro, come detto, è un architetto classe 1946. Oggi vive in una splendida casa, da lui ideata, in via Ser Monaldo, esattamente sopra quella valle che ha rappresentato per lui il sogno di una vita. Ancora oggi si rammarica di non essere potuto arrivare fino in fondo con il progetto Alosa e di non aver portato a termine la chiusura totale del centro storico alle automobili. In un’intervista del 2011 disse: “Era tutto pronto, avevo lasciato proposte concrete e progetti approvati che poi sono stati fatti morire”. Nel 1990, dopo l’ultima esperienza da consigliere provinciale, disse basta alla politica, malgrado il suo partito – la Dc – avesse provato più volte a tirarlo per la giacchetta al fine di farlo rientrare. “Chi è contro i professionisti della politica – scrive oggi Marcoccia - non può diventare uno di loro. Dal ‘97 ho anche detto stop all’attività libero-professionale per dedicarmi esclusivamente alle mie attività da imprenditore, ma sempre anche da architetto”. Lontano dai riflettori della politica, l’ex sindaco ha infatti conseguito successi straordinari, portando le sue 9 aziende nel gotha dell’imprenditoria viterbese, regionale e nazionale quanto a numeri e volume d’affari. “Se investi in bellezza, la bellezza rimarrà con te tutti i giorni della tua vita e resterà ad onore di Dio e ad educare quelli che verranno dopo di te”. Questa una delle sue frasi preferite. E chissà quanta bellezza avrebbe potuto custodire Valle Faul se le cose non fossero andate come sono andate e se Tangentopoli non fosse mai esistita. 

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