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I DATI

Viterbo tra le province più Neet d'Italia: il 22% dei giovani non studia e non lavora

Abbandono scolastico e disoccupazione giovanile flagellano la Tuscia

Viterbo tra le province più neet d'Italia. Un termine che non è un insulto ma la definizione scientifica per definire una persona che in un dato momento (questo) non studia, non lavora e non riceve una formazione. Le cosiddette persone inattive, per farla breve. Il termine deriva dall’acronimo inglese che rende perfettamente l’idea: “Not [engaged] in education, employment or training”. Ancora una volta, dunque, la Tuscia primeggia in classifiche non proprio edificanti.

Il fenomeno dell’inattività colpisce soprattutto i giovani, i quali spesso vanno a incagliarsi tra il mondo della scuola e quello del lavoro finendo per non portarsi avanti in nessuno dei due. Da una parte la piaga dell’abbandono scolastico, dall’altra quella della disoccupazione giovanile, creano un effetto sandwich che schiaccia i ragazzi e impedisce loro di proseguire gli studi o trovarsi un impiego. In Italia sono principalmente le regioni del Meridione a fare i conti con le situazioni più accentuate derivanti da questo problema, con picchi di quasi il 50% in alcune zone della Sicilia e del 40% tra Campania, Puglia e Calabria.

Viterbo, perlomeno momentaneamente, è ben lontana da queste statistiche, ma c’è poco da stare allegri perché nel Lazio è seconda. Secondo i dati Istat, la percentuale di giovani viterbesi di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non lavora e non è inserita in percorsi di studio o formazione è pari al 22,50%. Peggio di noi fa solo Latina con il 23,40%. La Capitale si attesta al 21,80%, mentre Rieti al 20% e infine chiude Frosinone, maglia rosa con il 17%.

Viterbo non è messa benissimo, dunque. E le istituzioni locali, che dovrebbero avere il polso della situazione, dovrebbero cominciare a elaborare una strategia per arginare questa deriva prima che le percentuali salgano fino a toccare il punto di non ritorno. Sul fronte dell’abbandono scolastico, ad esempio, diverse città italiani stanno cercando di intraprendere una via comune, soprattutto al nord, dove si parla di aumentare i posti negli asili nido e nelle scuole dell'infanzia, diminuire il numero di alunni per classe e riorganizzare le scuole sul territorio, andando anche in alcune circostanza a estendere il tempo pieno. Qui gli enti locali, sia la Provincia di Viterbo che i Comuni, possono fare qualcosa. Così come sulla formazione, dove si possono immaginare interventi mirati per quanto concerne gli istituti professionali. Ciò su cui è difficile agire è l’occupazione, materia complicata sulla quale è auspicabile l’intervento dello stato centrale. Ma veder realizzato qualcosa sull’istruzione, intanto, sarebbe senz’altro d’aiuto.

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