Domenica, 14 Luglio 2024
CRONACA

Il carcere di Mammagialla ha un nome: intitolato a Nicandro Izzo, poliziotto della penitenziaria ucciso dalla camorra

Il capo dell'amministrazione penitenziaria Giovanni Russo ha firmato il decreto per il penitenziario di Viterbo

Il carcere di Mammagialla ha finalmente un nome. La casa circondariale di Viterbo è stata intitolata alla memoria di Nicandro Izzo, agente di polizia penitenziaria in servizio nel penitenziario di Poggioreale a Napoli ucciso dalla camorra nel 1983. Il capo dell'amministrazione penitenziaria Giovanni Russo ha firmato il decreto. Già il sottosegretario al ministero della Giustizia, Andrea Delmastro delle Vedove, in visita a Mammagialla lo scorso novembre, aveva annunciato l'intenzione di intitolare il carcere di Viterbo a un poliziotto della penitenziaria caduto in servizio.

Chi era Nicandro Izzo

Al termine del corso di formazione alla Scuola allievi di Cairo Montenotte , in provincia di Savona, Nicandro Izzo è stato assegnato alla casa lavoro di Gorgona. Nel 1969 è stato trasferito alla casa circondariale della Spezia e nel luglio del 1976 a quella di Napoli Poggioreale dove è rimasto fino al 31 gennaio del 1983, data della sua morte.

"Izzo lavorava al controllo e accettazione dei pacchi indirizzati ai detenuti, dove svolgeva con fermezza e rigore il proprio dovere, attenendosi sempre alle regole senza consentire in alcun modo il passaggio di oggetti vietati, pur sapendo che molti dei pacchi controllati erano destinati a boss della camorra", ricorda Donato Capece, presidente nazionale dell'Anppe, l'associazione nazionale di polizia penitenziaria che dà la notizia dell'intitolazione del carcere di Viterbo a Izzo.

Proprio per questa sua scrupolosa osservanza del regolamento è stato condannato a morte dalla camorra. Per le numerose minacce arrivate a Izzo, il ministero di Grazia e giustizia aveva disposto il suo trasferimento a Roma, al carcere di Regina Coeli, per motivi precauzionali. Purtroppo, però, l'agente non ha mai raggiunto quella destinazione perché la mattina del 31 gennaio 1983 è stato raggiunto da un colpo di pistola alla testa mentre stava raggiungendo il pullman per tornare a casa. Izzo era sposato e aveva due figli che all'epoca della sua morte avevano sei e otto anni.

Capece: "Vittime del dovere troppo spesso dimenticate"

Capece ricorda che "tra i nobili scopi statutari dell'Associazione nazionale polizia penitenziaria c'è anche l'impegno di glorificare i caduti del corpo degli agenti di custodia e di polizia penitenziaria. Ricordare è importante e, purtroppo, nel nostro paese continua a mancare una cultura della memoria. Dopo le commemorazioni ufficiali, con il bacio sulle guance ai sopravvissuti agli attentati o ai familiari dei caduti, con relativa retorica, che sono spesso serviti alla visibilità per gli oratori, la solidarietà, spesso verbale, si è affievolita. Sembra quasi che si voglia cancellare il passato ma i familiari dei caduti, i feriti e gli invalidi, testimoni oggettivi, restano lì come un monito. Vengono quindi considerati una memoria fastidiosa e ingombrante perché provocano il ricordo di tragicità e orrori. Le vittime del dovere sono state troppo spesso dimenticate da questa società distratta, che brucia in fretta il ricordo del dolore di chi è stato colpito negli affetti più cari. Ben pochi coltivano la memoria di quanti sono caduti e tramandano alle generazioni future il loro patrimonio di valori morali, le loro certezze istituzionali, la loro fedeltà alle strutture democratiche. Sono rimasti i familiari e i colleghi dei carabinieri, dei magistrati e dei poliziotti trucidati a ricordarli".

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