Lunedì, 22 Luglio 2024
IL LUTTO

Morto a Viterbo il fotoreporter Carlo Bavagnoli: i suoi scatti rimasti nella storia

Unico fotografo non americano del magazine "Life", ha immortalato immagini da tutto il mondo che sono diventate iconiche

È morto a Viterbo Carlo Bavagnoli, uno dei protagonisti del fotogiornalismo internazionale del secondo dopoguerra. Aveva 91 anni e nel capoluogo della Tuscia viveva dal 2017: qui si è spento alle 2 della notte tra sabato 24 e domenica 25 febbraio. Fotografo e giornalista del settimanale "Epoca", è stato l'unico non statunitense a far parte della équipe del magazine americano "Life", scattando immagini in ogni parte del mondo che sono diventate spesso iconiche. Con la sua macchinetta ha immortalato grandi momenti della storia, come l'apertura del Concilio Vaticano II o papa Giovanni XXIII di cui ha scattato una celebre immagine sul letto di morte, fino alla serie dei "ritratti" che raccontano il ventesimo secolo attraverso i suoi protagonisti della cultura e dello spettacolo.

Chi era Carlo Bavagnoli

Nato il 5 maggio 1932 a Piacenza, Bavagnoli nei primi anni '50 si trasferisce a Milano per intraprendere gli studi universitari di giurisprudenza, presto abbandonati per dedicarsi alla carriera di fotografo. Nel 1955 viene assunto nello staff del settimanale "Epoca" dall'allora direttore Enzo Biagi. Nel 1958 si dimette perché inizia la collaborazione con la rivista americana "Life". Passa un mese a New York e realizza un servizio su Broadway, documentandone la vita quotidiana, che verrà pubblicato su nove pagine della prestigiosa rivista.

Carlo Bavagnoli-2

Tra il 1960 e il 1963 la collaborazione con "Life" diventa sempre più intensa e sempre più frequenti sono i viaggi in America. Nel 1964 entra stabilmente nello staff, unico fotografo italiano, e nel 1965 passa dalla redazione di New York a quella di Parigi e viaggerà in diversi continenti. Dopo la chiusura di "Life" nel 1972, intensifica i suoi viaggi in Italia. Nel frattempo si dedica a sviluppare nuove possibilità espressive attraverso la macchina da presa, realizzando documentari per la Rai e anche per la televisione francese.

Nel 2000 ha donato alla Fondazione Cariparma il suo archivio di 29mila 395 negativi e 1500 tra volumi rari e riviste internazionali di fotografia.

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