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CHIUSE LE INDAGINI

Mammagialla, morte del detenuto Hassan Sharaf: sei indagati

Il detenuto egiziano nel luglio del 2018 si impiccò in una cella del carcere di Viterbo utilizzando una corda artigianale ricavata da un asciugamano

La procura generale della Corte d’appello di Roma ha concluso le indagini sulla morte di Hassan Sharaf, il detenuto egiziano che nel luglio del 2018 si impiccò in una cella del carcere di Viterbo, “Mammagialla”, utilizzando una corda artigianale ricavata da un asciugamano. L’avviso di conclusione delle indagini, firmato dal sostituto pg Tonino Di Bona, è stato notificato a sei persone, quattro delle quali indagate per omicidio colposo in concorso. Tra questi il direttore del carcere, medici e appartenenti al corpo della polizia penitenziaria. Secondo la Procura generale, il giovane egiziano sarebbe dovuto essere in un istituto penale minorile per espiare una pena di quattro mesi inflitta con una sentenza del tribunale dei minorenni di Roma. Per cui Hassan Sharaf, al momento dei fatti, si sarebbe trovato “impropriamente detenuto presso la casa circondariale di Viterbo”.

Secondo la ricostruzione della procura, Hassan Sharaf,  non doveva trovarsi in quella cella d’isolamento, in quel 23 luglio del 2018, “con esclusione dell’attività in comune, sanzione erogata con provvedimento del consiglio di disciplina in data 9 Aprile 2018 ed eseguita in epoca in cui il detenuto si trovava in espiazione di pena inflitta con sentenza di condanna relativa al reato commesso minorenne, quindi da espiare presso un istituto penale minorile, come peraltro precisato dal procuratore della Repubblica presso il tribunale dei minorenni di Roma”.

“Il provvedimento disciplinare – si legge nell’avviso agli indagati, sottoscritto dal sostituto procuratore Di Bona – veniva peraltro portato ad esecuzione nonostante le condizioni del detenuto, soggetto politossicodipendente e con problematiche psichiatriche, richiedessero un attento monitoraggio dei comportamenti per significativo e comunque non trascurabile rischio suicidario, che per le condizioni collegate al regime di isolamento sarebbe diventato concreto ed imminente”.

“Infatti – prosegue Di Bona – il predetto detenuto, poche ore dopo l’inizio della misura disciplinare, poneva in essere un atto suicidario con impiccamento con corda artigianale ricavata da un asciugamano legata alla terza sbarra della finestra a grate presente nella stanza, con conseguente asfissia meccanica, per compromissione delle vie aeree e encefalopatia post-anossica e stato comatoso da cui derivava, per insufficienza cardiocircolatoria, il decesso sopravvenuto in Viterbo il 30 luglio 2018”.

Del caso se ne è occupata la Procura generale, dopo aver avocato a sé il procedimento, visto che, tre anni dopo quel suicidio, era arrivata la notizia che l’udienza contro l’archiviazione del caso era stata fissata al 2024.

Al Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, Hassan Sharaf aveva dichiarato di aver paura di morire. Dopo la morte del giovane egiziano, Anastasìa aveva presentato immediatamente un esposto ed era stato aperto un fascicolo per istigazione al suicidio: Hassan, infatti, sarebbe stato preso a schiaffi da due agenti prima di essere trasferito in cella d’isolamento. Poi, la richiesta di archiviazione da parte della Procura, a cui la famiglia del ventunenne si è opposta con tutte le sue forze.

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