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Cronaca

L'addio a Marco Salvatori: "Ha amato incondizionatamente e fatto dell'accoglienza uno scopo di vita"

Nella chiesa di santa Rosa i funerali del 34enne di Viterbo morto a Milano. In tantissimi per l'ultimo saluto. Il feretro "scortato" dai facchini e fatto inginocchiare al cospetto della patrona

In tantissimi nella chiesa di santa Rosa per l'addio a Marco Salvatori, il 34enne di Viterbo morto a Milano in circostanze ancora tutte da chiarire.

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Nel santuario dedicato alla patrona familiari, amici e conoscenti si sono riuniti, ancora increduli e dilaniati dal dolore, per i funerali celebrati da don Giosy Cento. Ognuno di loro ricorda Marco come un ragazzo pieno di vita, che amava stare in compagnia, girare per il mondo e che era sempre allegro, felice e sorridente. 

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Il feretro è ai piedi dell'altare, "scortato" da una rappresentanza del Sodalizio dei facchini di santa Rosa. Insieme al presidente Massimo Mecarini, al termine dei funerali hanno portato il feretro davanti al corpo della patrona e lo hanno fatto inginocchiare. Sulla bara un cuscino di fiori e due magliette della Lazio, la squadra del cuore di Marco. Su una era stampato il suo nome, "Marcolino", e l'anno di nascita.

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"È un momento di disperazione - ha detto il cugino Fabrizio Saggini dall'altare -, che però deve trasformarsi in un esempio, in un invito alla vita che dobbiamo percorrere. Marco era un ragazzo unico, che ci lascia l'insegnamento dell'amore e dello stare insieme. Marco è sempre stato un elemento di unione. Accogliere era lo scopo della sua vita, ha dato amore in maniera incondizionata".

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Poi rivolgendosi ai genitori ha aggiunto: "Dovete essere orgogliosi di Marco perché era un ragazzo straordinario". Ai presenti, invece, è stato chiesto di "parlare sempre di Marco, perché aiuta tutti e non lo farà dimenticare mai".

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Marco si trovava a Milano, dove ormai viveva da una decina di anni e aveva iniziato a costruirsi il suo futuro, per lavoro. Aveva incominciato a lavorare da giovanissimo, riscontrando sempre grande apprezzamento. Finite le scuole superiori a Viterbo, dove ha frequentato l'istituto Paolo Savi, si è dedicato al mondo della ristorazione: una passione ereditata dallo zio David Ranucci. Dopo essere stato all'estero, come a Miami e New York, si è trasferito nel capoluogo lombardo. Lavorava nel ristorante "Abbotega", in via Ludovico Muratori, locale dedicato alla tradizione culinaria del centro Italia. Anche viterbese.

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Con il cuore non si è mai allontanato dalle sue origini e radici. Ogni 3 settembre, anche lo scorso, il pensiero era sempre per la festa di santa Rosa e il trasporto della macchina. Quando veniva a Viterbo, dove era conosciutissimo, ben voluto e ora viene ricordato come un "ragazzo meraviglioso", stava in compagnia degli amici di sempre. Tra una serata, in tranquillità, in qualche locale e un'altra a vedere le partite della Lazio, squadra di calcio di cui andava pazzo.

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Marco è morto mercoledì 20 settembre. Da quel giorno tutta la sua famiglia, conosciutissima e stimata a Viterbo, si è riunita nel dolore dilaniante per una tragedia dalle simili proporzioni.

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Il dramma è avvenuto, di sera, nel quartiere Corvetto. Per chiarire le cause della morte la procura di Milano ha aperto una indagine affidata ai poliziotti della squadra mobile e disposto l'autopsia dopo la quale la salma è stata restituita ai familiari per i funerali.

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Stando a quanto finora ricostruito dagli inquirenti, Marco sarebbe precipitato, forse dopo aver accusato un malore o qualcosa di simile, da una finestra mentre si trovava in casa con la fidanzata di cui era innamoratissimo.

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