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Giovedì, 29 Febbraio 2024
IL PROCESSO

Detenuto morto a 21 anni, chiesto il processo per una dottoressa di Belcolle e un agente della penitenziaria

Sono accusati di omicidio colposo per il decesso di Hassan Sharaf, che si è impiccato nel carcere di Mammagialla

Morte del detenuto Hassan Sharaf, chiesto il processo per una dottoressa di Belcolle e per un agente della penitenziaria. Le richieste di rinvio a giudizio sono state avanzate dalla procura generale di Roma che ha coordinato le indagini, nell'udienza di ieri davanti alla gup di Viterbo Savina Poli, per Elena Niniashvili del reparto di medicina protetta di Belcolle e per l'agente Massimo Riccio, responsabile della sezione di isolamento di Mammagialla, accusati di omicidio colposo. Stralciata, invece, la posizione del responsabile di medicina protetta Roberto Monarca. Tutti e tre hanno optato per il rito ordinario. Dal canto loro, i difensori di Riccio e Niniashvili hanno chiesto, all'esito delle arringhe, il non luogo a procedere. Responsabili civili ministero e Asl di Viterbo.

Hanno scelto di essere giudicati con rito abbreviato, che in caso di condanna prevede lo sconto di un terzo della pena, invece, Pierpaolo D'Andria, Daniele Bologna e Luca Floris. Rispettivamente ex direttore di Mammagialla, comandante della polizia penitenziaria e agente, la procura generale ha chiesto un anno di reclusione per D'Andria e otto mesi ciascuno per i due poliziotti. Il primo deve rispondere di omicidio colposo e omissione di atti di ufficio, mentre gli agenti solo di omissione di atti d'ufficio per il mancato trasferimento di Sharaf in un carcere minorile.

I familiari di Sharaf (madre, sorella e cugino) sono parti civili. Il detenuto egiziano 21enne è morto dopo essersi impiccato nella cella di isolamento. Era fine luglio 2018. Neanche due mesi dopo, a inizio settembre, sarebbe tornato in libertà. Sulla vicenda la procura di Viterbo aveva aperto un'inchiesta per istigazione al suicidio che poi ha archiviato. Gli avvocati della famiglia del giovane hanno ottenuto, però, la riapertura del caso e l'avocazione. La procura generale, infatti, ha tolto le indagini ai magistrati viterbesi e le ha portate avanti in autonomia.

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