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Lunedì, 15 Aprile 2024
IL REPORT

L'82% dei contratti di lavoro dura meno di un anno nella Tuscia

Il tempo indeterminato è un miraggio, a Viterbo come nel resto del Lazio. Natale Di Cola (Cgil): "Emergenza precarietà"

L'indeterminato è un miraggio. Nella Tuscia come nel resto della regione. "Il lavoro è da codice rosso nel Lazio - tuona la Cgil di Roma e Lazio, a partire dal segretario generale Natale Di Cola -. C'è un'emergenza che si chiama precarietà". In numeri, per la provincia di Viterbo, si traduce in 82% di contratti di brevissima durata: meno di un anno. Dal 2009 al 2022 i determinati sono aumentati del 68% mentre gli indeterminati sono calati del 24%.

Il 40% dei contratti dura da quattro a dodici mesi, il 21% da due a quattro mesi, il 14% da quattro a trenta giorni e il 7% tra uno e due giorni. Nel Lazio, invece, a ritrovarsi ad aver lavorato con un contratto durato un solo giorno sono in 109mila, di cui 99mila sulla Capitale. Gli indeterminati nella Tuscia sono il 17%. Fanno peggio le province di Latina e Roma, rispettivamente 10% e 12%. Meglio nella Città metropolitana di Roma e a Frosinone (21%), ma il risultato migliore lo segna Rieti: 22%.

Il rapporto tra contratti a tempo determinato e indeterminato evidenzia un progressivo assottigliamento del lavoro stabile. I nuovi indeterminati sono il 9% nel Lazio, il 10% a Viterbo, l'8% su Roma e il 15% nella Città metropolitana, il 16% a Frosinone, il 7% a Latina e il 15% Rieti. Ma precarietà significa anche un avanzamento, negli ultimi anni, dei contratti con le durate più brevi a discapito di quelli, seppur a termine, di maggior durata. Con un così alto tasso di contratti a termine ne deriva che la causa principale dell'interruzione dei rapporti di lavoro sia la scadenza stessa del contratto (59% dei casi nella Tuscia), anziché altre forme come le dimissioni volontarie o i licenziamenti (circa il 20%).

In sintesi, dal 2009 è aumentata la partecipazione delle persone al mercato del lavoro del Lazio ma le nuove posizioni lavorative sono più precarie e di breve durata: a un incremento del 24,9% delle persone interessate da nuove attivazioni di contratti, corrisponde una crescita del numero di contratti del 46%. Il numero di attivazione medie per lavoratore passa da 2,13 a 2,46. Ben al di sopra della media nazionale dell'1,7.

A partire dal 2016, con il saldo tra contatti attivati e cessati tornato in positivo, il saldo è composto esclusivamente da tempi determinati. Fa eccezione solo il 2015, anno in cui gli incentivi a sostegno della riforma del lavoro producono l'unico record positivo di contratti a tempo indeterminato. Ma nei due anni successivi il calo degli indeterminato è ben più alto di quelli attivati nel 2015.

Situazione per cui la Cgil punta il dito, in primis, contro le "scelte sbagliate dei diversi governi nazionali che hanno sfavorito il lavoro stabile". "La precarietà - analizza il segretario Di Cola - continua a crescere anno dopo anno a causa delle leggi nazionali sbagliate, ma anche per l'immobilismo delle amministrazioni territoriali, delle forze politiche e di troppe imprese che pensano solo ai profitti. Al fianco di un cambio della normativa nazionale che rimetta al centro il lavoro stabile come forma principale di lavoro, serve - richiama Di Cola - l'impegno delle istituzioni del territorio per colmare i gap".

La Cgil annuncia battaglia: "Ci mobiliteremo a tutti i livelli perché è inaccettabile e inspiegabile che nel Lazio, definito da molti la locomotiva del paese, il lavoro sia sempre più povero e iperprecario. Servono scelte coraggiose per uscire dalla stagnazione e da un modello di sviluppo che non funziona".

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