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I DATI

Viterbo in crisi nerissima, è la provincia del Lazio con il Pil pro capite più basso

Altro che valore aggiunto, per la regione la Tuscia è una zavorra: le cause di una crisi da cui sarà difficilissimo uscire

La Tuscia è in crisi nerissima. E, malgrado questa possa sembrare un’affermazione esagerata ed iperbolica, purtroppo corrisponde al vero. A confermarlo ci sono dati certi, analizzati e stilati dai più importanti istituti di ricerca italiani ed europei. Nei mesi scorsi, ViterboToday ha divulgato questi dati periodicamente, scandagliando ogni sfaccettatura possibile ed approfondendo tutte le statistiche pubbliche. In questo articolo dell’agosto scorso abbiamo sviscerato alcuni dei parametri economici fuori controllo nel capoluogo e nella provincia, paventando il rischio di un clamoroso crac per l’economia locale. A distanza di sei mesi, adesso arriva una delle primissime conferme, con l’Eurostat che ha divulgato il report sul Pil prodotto nelle province italiane, sia globalmente che in euro pro capite. E i risultati, va detto, sono preoccupanti.  

Viterbo, che dal 2013 al pre-Covid aveva aumentato gradualmente il pil pro-capite di pochissimi decimali, tra il 2019 e il 2020 ha subito una forte contrazione e nel 2021 è tornata a crescere, ma in misura decisamente minore rispetto alle altre province. Prendendo in esame l’ultimo decennio, è quella che è cresciuta di meno, passando da un prodotto interno lordo per abitante di 20mila 400 euro a quello odierno, pari ad appena 22mila. In 10 anni, la Tuscia non ha saputo tenere il ritmo del resto della regione. Nemmeno quello di Rieti, che nel frattempo ha dovuto affrontare il disastro del terremoto del 2016. Frosinone, ad esempio, è cresciuta da 20mila 600 a 23mila 500 euro pro capite, Rieti da 18mila 700 a 22mila e 800, Latina da 21mila 600 a 24mila e, infine, Roma da 36mila a 39mila. 

Più che un valore aggiunto, la Tuscia per il Lazio è una zavorra che frena lo sviluppo economico. Questo perché la situazione a livello locale è instabile, con gli indicatori fondamentali che stanno lentamente andando fuori controllo. E, infatti, il tenore di vita è crollato vertiginosamente. Il Pil pro capite serve proprio a misurare quali siano gli standard di vita registrati, che dalle nostre parti sono tra i peggiori non solo del Lazio ma dell’Italia intera. Secondo Eurostat, il Viterbese si ferma al 73esimo posto tra le 108 province italiane. E il quadro generale assume contorni ancor più chiari confrontando la situazione viterbese con quella di altre regioni europee. 

Il nostro Pil complessivo, in milioni di euro, ammonta a 6 644.48. Il penultimo del Lazio, seguito dalla sola Rieti e addirittura doppiato sia da Frosinone che da Latina. A livello europeo, Viterbo produce meno della regione di Coimbra (Portogallo), di quelle di Cluj e Timis (Romania) e  di quella di Prešowsky (Slovacchia). Quanto a Pil pro capite, invece, siamo messi peggio degli abitanti di Fürth (Baviera) e della Martinica, isola caraibica appartenente alla Francia. E non abbiamo nemmeno il loro mare.

Insomma, come direbbero i più anziani, abbiamo le pezze laddove non batte il sole. Del resto, i campanelli d’allarme suonano da diversi anni, addirittura da prima del Coronavirus. Pensiamo ad esempio alla povertà dilagante (iI 30% dei viterbesi ha un reddito tra 0 e 10mila euro), agli stipendi più bassi d’Italia (4mila euro a fronte di una media nazionale pari a 12mila), al costo della vita schizzato alle stelle (+6,5% rispetto al 2022, quasi 1500 euro in più) e alla paradossale situazione del mercato immobiliare, con gli affitti sopra la media nazionale. Tutto questo si riversa inesorabilmente sul commercio, tallone d’Achille della Tuscia: -1,8% di aziende sul territorio nel secondo semestre del 2022 e 168 imprese chiuse dal 2012 al 2022, 125 nel centro storico e 43 fuori. Un olocausto causato anche, ma non solo, dalla poca liquidità e dL calo dei prestiti concessi dagli istituti di credito alle piccole e medie imprese viterbesi: 21,8 milioni di prestiti concessi in meno rispetto al 2021, tradotto in percentuale -2,9%. Del resto, in una provincia messa così, per investire ci vuole una fortissima dose di coraggio. Non a caso, escluse le catene della ristorazione ed i franchising, nessuna multinazionale sceglie Viterbo. 

Senza avere timore di utilizzare impropriamente questa definizione, si può dire che la Tuscia rischi seriamente o già si trovi in recessione. Questo fenomeno - che in America assume il nome di “bolla regionale - ha luogo quando i livelli di attività produttiva (Pil) sono più bassi di quelli che si potrebbero ottenere usando completamente ed in maniera efficiente tutti i fattori produttivi a disposizione. Le conseguenze  di una recessione sono l’aumento della disoccupazione, il rallentamento della produttività, il crollo dei consumi e il calo dell’accesso a al credito. Se il rallentamento della produttività è fuori discussione, visti e considerati i dati Eurostat, pensiamo al +9% di disoccupati e ai pessimi dati ottenuti da Viterbo sul fronte “ricchezza e consumi” nella classifica 2023 sulla qualità della vita redatta dal Sole 24 Ore. Senza interventi mirati, la Tuscia può fare crac.

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