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PROVINCIALI: CHI RIDE E CHI PIANGE

Romoli tra due fuochi: il Pd e FdI (che reclama la vittoria e lo chiama per governare)

Il presidente della Provincia apre alla possibilità di una maggioranza Forza Italia-Fratelli d'Italia, ma resta in piedi l'ipotesi di un'alleanza con il Pd e (forse) Frontini. Sindaca soddisfatta, Ciambella si consola. Piange la Lega, in crisi nerissima

“Entro una manciata di giorni il destino della Provincia sarà reso noto”. Così, a poche ore dal termine dello spoglio delle schede elettorali, si sono pronunciati ambienti vicinissimi ad Alessandro Romoli, presidente della Provincia. Ieri le urne hanno dato il loro responso: Partito democratico e Fratelli d’Italia sono i partiti più votati della Tuscia e hanno guadagnato 4 seggi a testa nel nuovo consiglio provinciale. Insieme a loro, anche se più staccati, Forza Italia e Patto civico, che di consiglieri provinciali ne hanno eletti due. Fuori da palazzo Gentili restano la lista Rocca e, soprattutto, la Lega. Ma se dallo scrutinio finale non è emerso un vero vincitore, in virtù del pareggio tra FdI e Pd, con chi si coalizzerà FI, il partito del presidente, per formare la nuova maggioranza in aula? La palla è in mano a lui, Romoli, che ha due opzioni a disposizione: un patto con i meloniani e dunque un governo di centrodestra, oppure una nuova alleanza trasversale con i dem e perché no anche Chiara Frontini, per contare su dei numeri larghi e inscalfibili. In realtà, a lui cambia pochissimo dato che, grazie alla riforma Delrio, puó anche governare da solo tramite decreti ma tale scelta comporterebbe conseguenze tutte da decifrare in vista dei prossimi appuntamenti elettorali come le amministrative in 25 comuni della provincia. Pertanto, una scelta dovrà farla.

Ma guai a pensare a un Romoli tirato per la giacchetta da destra e da sinistra. Attorno all’ora di pranzo di ieri, quando il risultato delle urne andava delineandosi e fotografava la rimonta di FdI nei grandi comuni sopra ai 10mila abitanti, dopo che i dem erano stati in testa solitari nei piccoli centri, lo stato maggiore dei meloniani ha provveduto ad attivare le prime linee di contatto con il presidente. Il motivo? Chiaro: chiedergli la disponibilità a formare una maggioranza di centrodestra. I presupposti tecnici ci sono, visto che i quattro di FdI (Profili, Campana, Zacchini e Zelli) possono governare assieme ai due eletti forzisti (Ciarlanti e Nicolai) senza problemi numerici e sulla base di un programma comune, che poi è quello che regge sia in Regione che al governo a Roma. E ci sono pure le condizioni psicologiche, visto che la Lista Rocca di Luisa Ciambella, con cui Romoli si era azzuffato in campagna elettorale, non è riuscita a entrare in consiglio e non si pone il problema di doverla inserire in maggioranza. L’inquilino di palazzo Gentili, comunque, si è preso del tempo, anche se questa volta sembra essere davvero difficile per lui dire di no a un ritorno al grande ovile di centrodestra. Ne va dell’unità del suo partito, Forza Italia, e dell’equilibrio interno al centrodestra stesso, che si appresta ad affrontare non solo le comunali ma anche le europee. Gli sherpa dei due partiti, in queste ore, sono al lavoro per raggiungere un accordo ufficiale.

Il Pd, comunque, non ci tiene a fare la parte dell’amante. Anche i dem, smaltita la delusione di aver visto sfumato il sogno di battere Fratelli d’Italia, hanno riattivato le linee di comunicazione diretta con Romoli per sondare il terreno in vista di un nuovo patto di governo. Anche qui i numeri ci sono e c’è anche l’ottimo rapporto tra romoliani e panunziani, il problema è che un nuovo smacco agli alleati di centrodestra stavolta sarebbe inaccettabile e aprirebbe una nuova stagione di conflitti che si lascerebbe dietro un bagno di sangue dal punto di vista politico. I dubbi di Romoli, poi, riguardano anche Chiara Frontini, che con il suo patto civico - secondo le indiscrezioni della campagna elettorale - potrebbe rientrare nell’alleanza trasversale con i suoi due consiglieri per formare una maggioranza larghissima in Provincia. Ma vale la pena, dal punto di vista del presidente, aprire le porte a una prima cittadina che nel capoluogo sta calando di gradimento e deve fare i conti con una tempesta giudiziaria? Altro interrogativo che solo lui sarà in grado di fugare. 

Mentre Romoli deve decidere tra FdI e Pd, comunque, le elezioni provinciali appena trascorse regalano un quadro politico spezzettato. E gli effetti della tornata elettorale sono tutti ancora da valutare. Se meloniani e democratici possono sorridere, infatti, lo stesso non si può dire per altri protagonisti. C’è poi chi “non può né scendere né salire” come, ad esempio, Chiara Frontini. Il Patto civico con Italia viva, alla fine, non è bastato per far scattare il terzo consigliere, che avrebbe stravolto gli equilibri politici facendo posizionare Frontini e i suoi in una posizione di forza al tavolo dei grandi. Alla fine, comunque, si trattava di un debutto assoluto per Viterbo2020, che piazza in consiglio Umberto Di Fusco e Maria Rita De Alexandris. La preoccupazione, semmai, deriva più dal fatto che, in caso di decadenza dei consiglieri comunali viterbesi, a palazzo Gentili entreranno gli undercover panunziani, ossia Ortenzi e uno tra Fabbri e Colelli. Ma questo è solo un aspetto marginale, così come si prospetta marginale il ruolo dei frontiniani all’interno dell’aula per i prossimi due anni.

Per quanto riguarda gli esclusi, Luisa Ciambella può consolarsi: la sua lista Rocca si è confermata quinta forza politica della Tuscia, malgrado l’obiettivo di eleggere almeno un consigliere sia sfumato per un soffio. Del resto, un progetto politico partito solo pochissimi mesi fa non poteva ambire a un ruolo di primo piano, ma almeno la soddisfazione di arrivare davanti a una big Ciambella se l’è tolta. Già, perché è la Lega la vera e unica sconfitta di questa tornata elettorale. Il Carroccio chiude come ultima compagine quanto a voti ponderati ottenuti, sintomo di una crisi nerissima che ormai appare quasi irreversibile. Le cause di questo tonfo sono difficili da riassumere ma, da quando il partito ha subito gli addii di Umberto Fusco e Alessandro Giulivi, sono scomparsi non solo i voti ma anche la leadership. C’è un gran lavoro da fare per Andrea Micci, che dovrà sobbarcarsi sulle sue spalle l’arduo compito di ristrutturare e risollevare un partito dilaniato dal caos interno. L’ultimo caso scoppiato in seno alla Lega riguarda Claudio Ubertini, consigliere comunale di Viterbo scomparso dai radar da diversi mesi che, domenica, non si è recato alle urne per esprimere il proprio voto alla lista. Una grana, non l’unica, che Micci e Fabio Bartolacci dovranno risolvere.

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