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Domenica, 25 Febbraio 2024
IL RITRATTO

Nando Gigli, l'ultimo democristiano: quarant'anni da eretico al potere

Si è spento nella notte, a 88 anni, Nando Gigli. Il ritratto dell'uomo dei due mondi, un anticonformista durato mezzo secolo tra gli squali della politica

Dalla mezzanotte di ieri sera sono rimasti solo i muri di palazzo dei Priori a conoscere la storia politica viterbese. Rodolfo Gigli, al secolo e nella storia Nando, se n’è andato nella notte tra il 30 e il 31 ottobre. Proprio a ridosso del giorno dei morti. Chissà cosa ne direbbe lui, che ha sempre saputo dispensare sagaci e pungenti risposte ironiche. Per quarant’anni è stato lui il volto della Tuscia nei salotti romani del potere, prima da sindaco, poi in Regione e infine in Parlamento. Ha svolto praticamente tutti gli incarichi disponibili, tranne il ministro. Ci è andato vicino più volte, ma non ce l’ha mai fatta. È riuscito ad attraversare tutte le fasi della Repubblica rimanendo sempre al potere, rigorosamente in corsa, come ogni cavallo di razza che si rispetti. Questo pur cambiando varie volte partiti, idee, pensieri, schieramenti. Con lui se ne vanno le fondamenta di tutto quel che è, è stata e sarà la politica a Viterbo.

Rodolfo, detto Nando, nasce il 24 giugno 1935 nel cuore di Viterbo, in via San Bonaventura. All’epoca, però, si chiamava via della Vittoria. Una parola, questa, che lui avrebbe inseguito per tutta la vita. Da subito scopre una passione innata per le materie scientifiche, infatti si diploma al liceo Ruffini e poi intraprende gli studi universitari alla Sapienza. È lì che conosce Attilio Iozzelli, giovane politico cristanosociale in rampa di lancio tra le fila della Democrazia cristiana. Gigli diventa suo collaboratore, annusa gli ambienti democristiani del primissimo dopoguerra e decide di abbandonare l’università perché, secondo lui, la vera strada da seguire è quella dell’impegno politico. Ovviamente, sotto le insegne dello scudo crociato, allora vera e propria fucina di ragazzi affamati di fare la storia in un Paese che ancora deve conoscere il boom economico. Mentre la Dc cresce nei sondaggi, lui cresce nella mente e nel pieno degli anni ‘50 conosce Giulio Andreotti. Sarà il suo maestro, l’uomo che lo forgerà e gli indicherà lil percorso. 

La scalata comincia negli anni ‘60 a palazzo dei Priori. Il primo step si compie nel giugno 1970, mentre le contestazioni dei sessantottini e gli Anni di piombo sconvolgono l’Italia. Il 7 e l’8 giugno si svolgono le comunali e, a Viterbo, la Dc è largamente favorita. Infatti, vince col 40% staccando i comunisti. Ad appena 35 anni, Gigli viene eletto sindaco il 24 giugno dopo complicate trattative tra dirigenti ed eletti del partito. È in quel periodo che affina le sue qualità di mediatore e diplomatico, che lo porteranno molto lontano. Riesce nell’impresa, affatto scontata per l’epoca, di terminare il mandato senza particolari patemi. Durante la sua amministrazione riesce ad accentrare su di sé la fiducia di tutta la struttura democristiana, che lo incorona per acclamazione suo leader nel Viterbese. Anche a Roma il suo nome comincia a echeggiare nelle sedi e nei congressi. Poi, esattamente 5 anni più tardi, arriva il grande salto: viene eletto consigliere regionale, ma non si limita a questo. Infatti, ottiene la carica di vicepresidente.

In Regione, Gigli si muove come se fosse il suo habitat naturale. Nell’80 viene rieletto e sceglie il suo settore: la sanità. Viene nominato assessore in quattro giunte, per quasi dieci anni ininterrottamente. La sua ascesa irresistibile prosegue fino al 1990, quando per la terza volta viene eletto consigliere regionale e il consiglio lo nomina presidente della Regione. È il primo e unico viterbese a riuscire nell’impresa. L’esperienza, breve ma intensa, dura due anni. Di più, in un contesto scricchiolante, è difficile resistere. 

Nel frattempo, infatti, è accaduto qualcosa. Qualcosa di grosso. La Dc viene investita dall’uragano Tangentopoli, che la spazza via in nemmeno un anno. Anche Gigli finisce nel ciclone e riceve un avviso di garanzia per essersi astenuto a una votazione sulle liquidazioni all’Ater, ma il gip archivia ogni accusa. Il clima è tutt’altro che sereno e, a distanza di anni, lo descriverà come “una rivoluzione senza sangue, anche se qualche morto c’è stato”. Fatto sta che la balena bianca, fiaccata dal capitano Achab Di Pietro, è ridotta a un cumulo di macerie e lui decide di abbandonare la nave dopo 41 anni di onorato servizio. Nel mezzo altri due incarichi, un altro da assessore e quello da presidente del consiglio. 7Nando GigliCon la morte della Dc anche lui pensa di essere arrivato al capolinea, nel ‘95 opta dunque per un lungo periodo di stop. Il ritiro termina alle porte del terzo millennio, quando Forza Italia lo convince a tornare in pista. I berlusconiani sono difatti guidati da un giovane che Gigli conosce molto bene: si chiama Giulio e di cognome fa Marini. A battezzarlo politicamente era stato proprio lui, che accetta di buon grado il ruolo di traghettatore. Ritrova gli stimoli tanto da arrampicarsi velocemente lungo tutta la struttura del partito per tornare prepotentemente in Regione il 16 aprile 2000. Sono anni in cui le battaglie tra lui e Marini si sprecano, nei congressi, in aula e sulla stampa. Nel 2001, inoltre, arriva il coronamento della carriera con l’approdo alla Camera dei deputati. Nel 2004 ritorna in Comune da consigliere nella maggioranza Gabbianelli e, nel 2005, lascia Forza Italia per legarsi all’Udc nuovamente da consigliere regionale. Con quella che doveva essere la nuova Democrazia cristiana, Gigli si ricandida sindaco ma deve fare i conti con un magro 8% e con lo smacco di assistere alla vittoria di Marini, con cui i rapporti si erano incrinati. L’ultimo ballo avviene nel 2010, quando torna per la sesta volta in consiglio regionale. 

Presidente della Regione, sindaco, quattro volte assessore, una volta presidente del consiglio, sei volte consigliere regionale. Questo il cursus honorum di Rodolfo Gigli, che decide di fermarsi nel 2013 quando, inspiegabilmente a primo impatto, cambia schieramento e sostiene il Partito democratico alle comunali e alle regionali. Una mossa che da molti viene vista come un tradimento, ma c’è una chiave di volta che non tutti riescono a cogliere: Gigli ha la capacità innata di capire cosa accadrà. Nella sua lunga carriera ha sbagliato un solo colpo, forse perché accecato dalla voglia di riscatto. Con i suoi voti il centrodestra perde e Michelini diventa sindaco ai danni di Marini, che dopo cinque anni assiste alla vendetta perfetta del suo mentore. A distanza di anni, lo stesso Marini dirà che il dualismo con Gigli è stato una “palestra di vita”. 

E, di dualismi, Gigli se ne intendeva. In principio fu quello con Giuseppe Fioroni, suo primissimo allievo nella Dc. Poi, dopo Marini, è arrivato il turno di Gianmaria Santucci e, infine, quello di Enrico Panunzi. A loro ha fatto da maestro, con loro è stato prima amico e poi nemico. Ma, anche nelle forti divergenze che spesso sfociavano in stilettate in punta di fioretto, ha donato sempre qualcosa a ognuno. A Gabbianelli e Sposetti, che pur non erano suoi apprendisti, ha varie volte dedicato attestati di stima. Perché il rispetto è la base e non deve mancare mai.

Un personaggio che definire camaleontico e trasversale è davvero riduttivo. Il suo grande pregio, senz’altro, era l’astuzia. Ma pure la sincerità. Quel che nessuno osava dire lui lo urlava, con quel fare da eretico che lo ha accompagnato per mezzo secolo consentendogli di rimanere sempre sulla cresta dell’onda in un mare in cui, di squali, ce n’erano a bizzeffe. Prima come leader maximo della Dc, poi come papà di Forza Italia e, infine, come ago della bilancia negli anni del bipolarismo perfetto. L’uomo dei due mondi, come Garibaldi, che ha unito l’Italia. Lui ha unito Viterbo e non solo: o con lui o contro di lui. Il suo regno fatto di ascolto, calcoli, cinismo, pragmatismo e intransigenza è durato quarant’anni. Nessuno è mai riuscito a ricalcare le sue orme, perché certe virtù o ce l’hai o non ce l’hai. 

Non sono certamente mancate le controversie. In un certo senso, esattamente come il suo pigmalione Andreotti, anche Gigli ha dichiarato di essere stato incolpato di cose di cui non è mai stato a conoscenza. Ad esempio, quando a San Martino arriva Salvo Lima a presiedere il congresso, lui afferma di non conoscerlo e di non essere informato sulle vicende politiche siciliane. Oppure il caso Icem, la ditta associata alla mafia che realizzó l’illuminazione cittadina. In quella circostanza, alla faccia di chi lo accusava, decise di chiedere un risarcimento all’azienda per i lavori fatti male. Riuscì a uscirne pulito e innocente anche quella volta. 

In una politica oramai mutevole a ogni movimento nei sondaggi, è difficile credere che un solo uomo sia stato in grado di dirigere ben tre partiti. Ebbene, Gigli ce l’ha fatta. Spesso riuscendo nell’impresa di governare e indirizzare scelte ed eventi pur essendo in posizione scomoda. L’ultimo democristiano, cresciuto col mito di De Gasperi e i consigli di Andreotti, finito per allevare un’intera classe dirigente all’arte della politica. Per quarant’anni, il volto e la voce dei viterbesi sono stati quelli del sor Nando. Adesso non restano che i ricordi, indelebili, di una lunga e ricca pagina di storia scritta soprattutto dalla sua penna, tagliente e precisa come una sciabola. Adesso potrà ricongiungersi a suo fratello Ugo, andatosene nel febbraio 2021. Lascia due figlie ormai adulte e capaci di camminare con le loro gambe, temprate e sostenute dagli sforzi di un uomo che, a prescindere, non aveva nulla di ordinario.   

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