rotate-mobile
Domenica, 25 Febbraio 2024
social Acquapendente

La "cerca di saporita carne di maiale", i carri e le fregnacce: come è nato il Carnevale ad Acquapendente

La manifestazione, ogni anno, richiama visitatori da ogni angolo della provincia e non solo. Ecco come è nata e le prime testimonianze

Tra le più antiche tradizioni carnevalesche della Tuscia c'è quella che, ogni anno, rivive ad Acquapendente. Qui il Carnevale, non solo viene festeggiato in grande stile ma, acquista pure un sapore antico e fiabesco. Carri mastodontici, mascherate e le strepitose "fregnacce" rappresentano per tutti gli aquesiani elementi imprescindibili. Per l'edizione 2024, come annunciato dalla Pro Loco, organizzatrice della manifestazione, il Carnevale farà a meno dei carri allegorici poiché "la loro realizzazione necessita di uno spazio appositamente destinato, che stiamo riqualificando insieme all'amministrazione comunale, al fine di renderlo sicuro e funzionale". Insomma, niente carri ma festa garantita. Ma da dove nasce la tradizione del Carnevale ad Acquapendente?

Il pellegrinaggio dei sei personaggi

Le origini vanno ricercate nella cultura rurale. Quelli carnevaleschi erano, in passato, riti che si ripetevano ogni Giovedì Grasso. "Si trattava di una sorta di teatro popolare itinerante - spiegano dalla Pro Loco - in cui, un gruppo di uomini mascherati andava di podere in podere a fa la cerca di saporita carne di maiale. C’erano un suonatore, un pagliaccio, un vecchio, una vecchia, uno sposo e una sposa. Il pagliaccio che teneva in mano un lungo spiedo, appena entrato nella casa, cercava subito la pertica dove era stesa la carne di maiale a stagionare e iniziava a gridare: ciccio, ciccio, ciccio. Gli altri intrattenevano suonando e ballando". A ogni casa veniva messa in scena la solita rappresentazione. Tutto questo fino a sera, quando, presso l’ultimo podere del percorso veniva fatta una grande veglia, banchettando con le vivande ricevute.

Prime testimonianze

Una prima testimonianza documentata porta la data del 1589 ed è firmata da Pietro Paolo Biondi che nelle sue Croniche, parla di Mastro Battista Alberici, un “manescalco molto valente… è homo splendido, et inventor di far cose nuove in cose di miracoli e devozioni, et mascherate per Carnevale”. Un secolo più tardi, all'interno di uno statuto, le autorità cittadine avevano pure stabilito che “sotto pena di cento lire si proibisce a ciascuna persona nei giorni di Carnevale buttare in faccia alle Maschere qualunque lordura, interiora di animali, loto, terra, e ciascuno possa accusare i delinquenti”. A metà dell'ottocento il famosissimo scrittore inglese Charles Dikensnel suo “Pictures from Italy” scritto nel 1844-45, scrisse a proposito del carnevale aquesiano “a Acquapendente festeggiavano il Carnevale, la festa consisteva in un uomo vestito e mascherato da donna e in una donna vestita e mascherata da uomo che passeggiavano malinconicamente per le vie, affondando nel fango fino alle caviglie”.

L'arrivo dei carri allegorici

È all'inizio del 900 che i carri allegorici, non ancora in cartapesta ma immobili quadri plastici, fecero la loro comparsa. "La prima testimonianza certa dell’uso della cartapesta - fanno sapere dalla Pro Loco - è del 1923: un enorme grammofono all’interno del quale suonava nascosta un’orchestrina. Il carro era trainato dai buoi come avvenuto fino agli anni ’50. Col tempo i carri, inevitabilmente, divennero vere e proprie opere di ingegneria meccanica richiamando l'ammirazione degli spettatori.

In Evidenza

Potrebbe interessarti

La "cerca di saporita carne di maiale", i carri e le fregnacce: come è nato il Carnevale ad Acquapendente

ViterboToday è in caricamento