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LA CITTÀ CHE MUORE / Centro Storico / Corso Italia

Altra chiusura in centro, già sette attività hanno abbassato la saracinesca nel 2024

Anche Ficari lascia il Corso, puntando tutto sulla sede fuori le mura. Un altro durissimo colpo per l'imprenditoria viterbese, che continua a perdere pezzi

Il centro storico di Viterbo perde un altro pezzo, l’ennesimo. Anche Ficari, storico negozio di abbigliamento, ha deciso di abbassare la saracinesca della sua sede al Corso, puntando tutto su quella fuori le mura. Un altro colpo durissimo per l’imprenditoria viterbese, soprattutto quella operante nella parte vecchia della città, che continua a fare i conti con una crisi ferocissima.

Ficari è nato da un’idea del proprietario, che viene da una famiglia con origini sartoriali nel campo della moda, ed è stata sempre un’icona di moda e stile nella Tuscia e nel capoluogo già dal lontano 1959. Lo shop “Ficari Viterbo” era nato come un piccolo punto di ricerca di moda e streetwear, difatti era possibile acquistare differenti generi e stili. Ora, però, queste peculiarità si sposteranno lontano dal centro, quello che una volta era considerato il tempio dello shopping viterbese.

Annarita Ficari, peraltro, già sotto le festività natalizie era stata tra i 164 firmatari della lettera inviata dagli imprenditori al sindaco Chiara Frontini, nella quale si chiedeva di non chiudere le porte del centro e lamentando lo stato di degrado in cui versava quello che fino a pochi anni fa era il salotto della città. Nella missiva, Ficari annunciava massimo impegno per tenere aperta l’attività. A quanto pare, però, gli sforzi non sono serviti a evitare una decisione dolorosa ma sicuramente necessaria.

Lo store Ficari, tuttavia, è solo l’ultimo di una purtroppo lunga lista di negozi o botteghe che dall’inizio del 2024 sono state costrette a sbaraccare dal centro. L’ultima in ordine di tempo era stata "La vecchia Viterbo e i suoi sapori", bottega alimentare all'angolo di piazza della Morte, che ha chiuso dopo 14 anni di onorato servizio. In totale, i negozi chiusi dall’inizio dell’anno sono sette: oltre ai due sopramenzionati, anche un altro shop d’abbigliamento in via Roma ha detto basta, insieme a un altro alimentari in via La Fontaine, a due attività in via Matteotti e a una bottega in zona piazza della Rocca. Numeri preoccupanti.

Il sentiment degli imprenditori, quelli rimasti, è abbastanza scettico in vista del futuro. Secondo la loro visione, il centro storico sta vivendo una fase di declino che ormai pende pericolosamente verso l’irreversibilità e, sempre secondo le loro vedute, il Comune e l’amministrazione Frontini sarebbero sordi di fronte alle richieste. La pedonalizzazione dell’area dentro le mura, unita alla chiusura del traffico in diverse zone, eliminerà sempre più clienti. Di contro, da palazzo dei Priori sostengono che la pedonalizzazione del centro fungerà da volano per rilanciare tutto quello che è attualmente ospitato nella Vetus urbs. Non è da escludere che si verifichi nuovamente quanto accaduto negli anni ‘80, quando i commercianti del centro si opposero al “piano Quaglia” (che prevedeva lo stop alla circolazione dalle 7 alle 10,30 e dalle 15 alle 18) costringendo il Comune a una clamorosa marcia indietro. 

Corsi e ricorsi storici ma, se i fatti non cambiano, a mutare sono le condizioni economiche. In un centro in cui sempre più attività faticano a coprire le spese per l’affitto e le utenze, diventa davvero difficile fare impresa. Anche tenendo a mente che il potere d’acquisto delle famiglie, in questi anni, tra Covid e guerre, si è drasticamente abbassato. Una soluzione potrebbero essere gli sgravi fiscali, ma al momento pensare a un pacchetto di misure volte a dare una boccata d’ossigeno ai negozianti non sembra essere una priorità nell’agenda frontiniana. Ma sette attività chiuse in appena quattro mesi sono un campanello d’allarme che difficilmente potrà restare inascoltato.

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